A Yazd città di Zaratustra per catturare il vento

Colori pastello sabbia e turchese, una babele di edifici bassi in arenaria e una foresta di badghir, torri del vento, che durante le estati secche e afose danno un po’ di sollievo dal caldo che invade la regione: capisci che stai arrivando a Yazd città di Zaratustra per tanti motivi, a cominciare dal paesaggio.

yazd città di zaratustra

Il complesso Amir Chakhmaq Takiyya al centro di Yazd città di Zaratustra

“Preparati, è una città molto conservatrice”, mi ha messa in guardia la mia amica quando stavamo arrivando sull’autobus da Isfahan. “Ho fatto qui cinque anni di università,” ha continuato, “ed erano talmente tante le donne col chador che mi sentivo a disagio se non lo indossavo anch’io. Ma vedrai che bello, strade larghe e vuote color sabbia che la rendono un paradiso per i fotografi!”

Con questa premessa, siamo entrate a Yazd città di Zaratustra, capoluogo della province omonima nell’Iran centrale.

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L’entrata del Amir Chakhmaq Takiyya che comprendeva una moschea, il bazar e una scuola islamica

In realtà, vi siamo state un po’ scaraventate in mezzo al niente dall’autobus che avevamo preso a Isfahan, dove la compagnia rivale ci aveva messe in guardia che ci avrebbero lasciate in mezzo al deserto. E noi non gli avevamo creduto. Non è importato molto che infierissimo come api imbufalite, come previsto, ci hanno lasciate nel bel mezzo di una distesa di sabbia.

Dopo qualche minuto di incertezza, siamo riuscite ad attirare l’attenzione di uno dei pochi tassisti che passavano di là, un uomo di poche parole che, partendo a tutta velocità su una strada piena di buche, si limitò a rassicurarci che le nostre valigie, più fuori che dentro il cofano aperto, erano salde al loro posto. Apparentemente come da tradizione, anche lui ci ha lasciate in mezzo a un dedalo di viuzze deserte da dove avremmo potuto raggiungere comodamente il nostro hotel trascinando le valigie su stradine strette e dissestate. A patto sapessimo dove si trovava.

Per farla breve, così è iniziata la nostra avventura a Yazd città di Zaratustra.

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I badghir, o torri del vento, tipiche dell’architettura del deserto

Se, come me, arrivate a Yazd in pullman capirete fin da subito quando vi state avvicinando: la già rara vegetazione diventa sempre più impercettibile, i colori sfumano sempre più verso il sabbia, sia nelle costruzioni che nel paesaggio, e un panorama popolato dai badghir marca l’orizzonte.

Qualche anno fa poteva anche essere una landa desolata, ma adesso Yazd è una città in eterno movimento e sicuramente trafficata da ogni tipo di veicolo che sfreccia avanti e indietro, negozi, centri commerciali e mercati aperti e frequentati tutto il giorno (soprattutto il negozio di baklava, delizioso dolce artigianale).

La mia amica ci ha messo un po’ a elaborare quello che stava vedendo, che molto poco aveva a che fare con la città dove aveva vissuto per cinque anni. Durante il nostro soggiorno, quindi, le visite di dovere al patrimonio storico-artistico della città avevano il sottofondo dei suoi mormorii che, con un misto di stupore e quasi disagio, lamentava la troppo veloce modernizzazione della città. Secondo lei, infatti, non ci sarebbe stato abbastanza tempo per le diverse generazioni di adeguarsi l’una all’altra ed entrambe alla nuova realtà.

Pur tenendo tutto ciò a mente, Yazd sarà sicuramente frenetica, trafficata e tutto quello che ne consegue, ma almeno per ora non sembra abbia sacrificato in modo irreparabile la sua identità più intima o rinunciato alla sua autenticità.

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Una passeggiata all’interno dei vicoli del quartiere tradizionale di Fahadan

È facile perdersi nel quartiere centrale di Fahadan, un dedalo di stradine strette incorniciate da case tradizionali in argilla che conferisce un color ocra/rosa pastello impreziosite da antiche porte con due tipi di pomelli a seconda che l’ospite sia uomo o donna, fornendo una sorta di preavviso per i padroni di casa.

Con tutta probabilità, il centro città è rimasto come la mia amica lo ricordava: silenzioso, in apparenza disinteressato alle coordinate universali di spazio e tempo, qualche motocicletta che di tanto in tanto sfreccia avanti e indietro. In questo antico borgo sono poche le persone che si vedono passeggiare, soprattutto nelle ore più calde delle giornate che già in maggio mettono alla prova i più coraggiosi. Nonostante l’inevitabile ondata di modernità, nel quartiere di Fahadan di Yazd città di Zaratustra l’atmosfera è rimasta autentica, evocativa di un’identità ancestrale che sembra diradarsi man mano che ci si allontana.

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Il Tempio del Fuoco, cuore della religione zoroastriana in Iran

Per fortuna, tuttavia, questo non è l’unico luogo che mostra quanto Yazd città di Zaratustra sia orgogliosa della propria cultura e storia.

In Kashan Street troviamo, infatti, il cuore della religione zoroastriana in Iran, il Tempio del Fuoco, Ateshkadeh, dove è custodita la fiamma che brucia da 1,500 anni, con un sacerdote che si preoccupa di mantenerne la combustione viva. Lo zoroastrismo, molto sentito a Yazd, è la religione monoteistica (anche se sembra prevedesse elementi di un sistema dualistico) più vecchia al mondo. Fondata dal profeta Zaratustra, conosciuto anche come Zoroastro, circa 3,500 anni fa, è diventata in poco tempo la religione ufficiale dell’antica Persia fino all’avvento dell’islam. Mentre in passato era una delle religioni più potenti, ispirando sia l’islam che il cristianesimo, oggi lo zoroastrismo è un culto minore in Iran, praticato anche in India sotto il nome di parsismo.

Per i zoroastriani, sempre rispettosi del pianeta e dell’ambiente, i quattro elementi sono puri e il fuoco rappresenta la saggezza di Dio. Ci sarà stato pure un motivo per cui la prima volta che sono andata a Yazd il tempio del fuoco era il posto più frequentato.

Più tempo passerete a esplorare Yazd, più la sua architettura, arte e artigianato vi sedurranno.

Prima di me, un altro viaggiatore italiano si è lasciato rapire dalla bellezza della città e dei suoi preziosi tessuti. Il suo nome era Marco Polo, e nel suo “Il Milione” descrive Yazd in questi termini:

Jadys è una città di Persia molto bella e grande, e di grande e di molte mercatanzie. Quivi si lavora drappi d’oro, e di seta, che si chiamano Iassi che si portano per molte contrade. Egli adorano Malcometto. Quando l’uomo si parte di questa terra per andare innanzi, cavalcasi sette giornate tutto piano, e non v’ha abitazione se non in tre luoghi, ove si possa albergare. Quì hae begli boschi, e begli piani per cavalcare.

In effetti, come il mio illustre predecessore, anche io ero abbastanza tentata da bellissimi pezzi di termeh, fine tessuto di seta misto lana o tutto seta fatto a mano. E un po’ per sentirmi sulla Via della Seta come Marco Polo, non ho disdegnato dall’acquistarne un bel po’ per decorarmi casa.

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Le Torri del Silenzio a Yazd

Tutto intorno al santuario zoroastriano le sfumature sabbia e turchesi sono facili da individuare un po’ dappertutto in città attraverso le sue costruzioni più tradizionali, i mercati artigianali, le moschee, le vecchie case, creando un contrasto delicato e rilassante.

Essendo Yazd città di Zaratustra, il Tempio del Fuoco non è l’unico emblema del culto zoroastriano. Poco distanti, infatti, ci sono le cosiddette Torri del Silenzio, complessi funerari edificati in mezzo al deserto dove i corpi dei defunti venivano lasciati in pasto agli avvoltoi e in seguito le spoglie adagiate all’interno delle torri per il riposo eterno. Ora questa pratica non è più consentita per motivi di igiene e per l’espansione della città, le cui periferie non distano molto dalle torri zoroastriane.

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Badghir nel giardino Dolat Abad, la torre del vento più alta in Iran

Il vento torrido che soffia dal deserto Dasht-e Kevir ha sempre messo a dura prova gli abitanti della città, costruita proprio nel mezzo, come un’oasi. Per questo hanno sempre dovuto far fronte meglio che potevano alle tempeste di sabbia, alle temperature torride e all’aridità del terreno.

Le forze della natura erano gli unici elementi che potevano sfruttare a proprio vantaggio, e così hanno fatto. La terra abbondante è stata spesso impiegata per la stessa costruzione delle case, che a Yazd un impasto di argilla, sabbia e paglia ne conferisce il caratteristico color ocra; l’acqua, scarsa, custodita con estrema attenzione nei qanat, antichissimi impianti (si parla anche di duemila anni prima di Cristo) di raccolta di acque sotterranee accumulate in profondi canali e convogliate in cisterne, molti dei quali ancora operativi; e infine il vento, elemento forte e che i persiani hanno saputo controllare abilmente per creare ambienti freschi e confortevoli all’interno delle case.

Il panorama ricco di torri del vento è uno degli esempi più affascinanti di architettura del deserto, inventato in Persia e poi ripreso anche dalle popolazioni arabe.

I famosi badghir, antesignani della moderna aria condizionata, catturano il vento e lo convogliano attraverso i canali interni per far arrivare un piacevole fresco all’interno di case e giardini interni tipici delle abitazioni tradizionali iraniane. Non solo un affascinante panorama, quindi, ma un sofisticato sistema di raffrescamento passivo e controllo della ventilazione, nientemeno.

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Una donna iraniana che passeggia all’interno del giardino di Dolat Abad

Oggi, come all’epoca di Marco Polo, Yazd città di Zaratustra è un’oasi. Tutto richiama il deserto che si estende intorno a perdita d’occhio, riportando chi lo attraversa indietro nel tempo in una società che da sempre ha affascinato l’immaginario occidentale.

Se a un’architettura millenaria che ancora resiste e a un orizzonte di badghir e cupole turchesi che ricorda come le carovane del deserto riconoscevano la presenza di una città da lontano, aggiungiamo un caravanserraglio ancora visibile all’interno del bazar, non saremo molto lontani dal sentirci noi stessi un po’ parte del destino della Via della Seta.

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