Le insolite avventure di un’italiana in Iran

L’inizio dell’anno 1394 secondo il calendario persiano, con i colorati haftsin (tavoli preparati in occasione del capodanno persiano Nowruz) che ancora abbellivano ristoranti, hotel e case private, ha marcato anche l’inizio del mio terzo viaggio e l’orgogliosa prosecuzione delle singolari avventure di un’italiana in Iran.

italiana in iran

Tra le avventure di un’Italiana in Iran non possono non esserci i piacevoli ricordi di un pomeriggio sorseggiando un delizioso tè ai fiori d’arancio al Firouz Café a Isfahan

Avendo deciso di dedicare più tempo a Teheran, dinamica e moderna capitale della Repubblica Islamica, al contrario di quanto avevo fatto nei viaggi precedenti che mi avevano vista immediatamente partire alla volta di città e luoghi più famosi come Shiraz, Isfahan e la tradizionale Yazd, ho passato i primi giorni a bighellonare tra gli sfarzi dell’era dei Pahlavi, l’ultima famiglia reale in Iran prima della Rivoluzione Islamica del 1979.

Passeggiando lungo il viale alberato delle dimore da sogno che lo scià Mohammad Reza condivideva con la sua amata Farah Diba, mi sono imbattuta in un giovane artista sordomuto che vendeva i suoi dipinti a chi come me si apprestava a visitare il regio Palazzo Verde. Visto che un altro visitatore frettoloso mi aveva appena soffiato da sotto il naso il quadro che avevo adocchiato e che era proprio l’ultimo, il nostro artista, mortificato dalla mia espressione delusa, si è impegnato a terminare quello su cui stava lavorando durante l’ora della mia visita al palazzo.

Lui ha mantenuto la promessa e io ho comprato il suo quadro: “Si asciugherà in un giorno!” mi ha rassicurata. Dieci giorni, tre città e altrettante province dopo, i colori nella tela erano ancora freschi.

Questo è sicuramente il preludio perfetto per quelle che amo definire le insolite avventure di un’italiana in Iran. L’italiana sono io, e le mie avventure vi faranno capire perché vado in Iran così spesso.

Visitatrice abituale della Repubblica Islamica dal 2011, ho scritto post per il mio sito in inglese Chasing the Unexpected e articoli per altre pubblicazioni, ho visto e fotografato i luoghi immortali della sua storia come Persepoli e Susa, siti UNESCO come la Piazza Imam di Isfahan o incantevoli moschee come quella di Nasir al Molk a Shiraz, ma diciamocelo francamente, trattandosi di un’Italiana in Iran, potevano tutte le mie spedizioni essere serie, scrupolose e orientate esclusivamente alla ricerca? Come volevasi dimostrare, non è andato tutto sempre secondo i piani, e forse proprio per questo ogni partenza è risultata memorabile.

Qualsiasi viaggio è una fonte potenzialmente illimitata di peripezie e rocambolesche vicissitudini e, come si è rivelato più volte, andare alla scoperta dell’Iran nelle sue tante province ha fornito un pozzo senza fondo di esperienze singolari e stravaganti destinate a rimanere indelebili nella mia memoria.

Un'italiana in Iran

Nella provincia del Khuzestan al confine con l’Iraq

Filo conduttore delle mie permanenze in Iran è essere costantemente scambiata per un’iraniana (lo stesso sindaco del VI municipio di Teheran non voleva credere che tra le due sue ospiti io ero l’italiana), e questo è stata forse la causa prima di infiniti fraintendimenti e situazioni comiche. I miei quiproquò preferiti si possono ricondurre al fantastico mondo del ta’arof, elaboratissima forma di cortesia della tradizione persiana. Quando a fine corsa di taxi, per esempio, arriva il momento di pagare, l’autista non perde mai occasione di mostrare il suo spiccato senso di educazione con esternazioni del tipo: “Non c’è bisogno che mi paghi! Pagami pure l’anno prossimo!,” lasciando i turisti alquanto sbalorditi e molto poco a loro agio.

Queste macchinose buone maniere, proprio perché sono così contorte e tanto difficili da capire quanto da spiegare, sono normalmente prerogativa dei soli iraniani, che per fortuna non si aspettano che gli stranieri le mettano in pratica (un turista probabilmente scenderebbe dal taxi senza pagare, vista la veemenza con cui il tassista rifiuta i soldi). Tuttavia, visto che comunque tutti mi scambiano per iraniana, sono rimasta impigliata nell’intricata rete del ta’arof più di una volta.

La mia prima volta è stata nel Gilan, verdissima provincia settentrionale confinante con il Mar Caspio, precisamente nella cittadina simil-europea di Lahijan, dove sono andata a comprare un manteau, tipica giacca lunga fino a sopra il ginocchio che indossano le donne secondo le regole del regime islamico. Dopo averne provato diversi modelli e colori, ho finalmente fatto la mia scelta, ignara che la commessa, sebbene avesse capito che non ero del posto, mi stava aspettando con un premuroso: “Che le tue mani fiorite non sentano troppo dolore” [nell’azione di darle i soldi, ndr].

Questa, tuttavia, come prima prova ta’arof è andata abbastanza bene e senza particolari intoppi, certamente meglio del secondo episodio, accaduto anch’esso in un negozio, questa volta nel centro di Teheran, dove stavo comprando un paio di jeans. Dopo aver scelto, la mia fortuna è stata che all’interno del negozio lavorava anche il sarto di fiducia così li hanno accorciati direttamente sul posto. Il sarto, un signore di una certa età, è stato velocissimo e in dieci minuti i miei pantaloni erano pronti, ma purtroppo, al momento di pagare, è iniziato il consueto episodio ta’arof.

Onestamente io mi ero anche un po’ dimenticata di questa pratica (grave errore, mai dimenticarsi del ta’arof in Iran), e inoltre credevo che il sarto, essendo il suo studio proprio in negozio, mi avesse sentita parlare in inglese.

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Nella Stanza degli Specchi del Giardino Narenjestan a Shiraz

Giudizio risultato errato: la scena è stata alquanto imbarazzante con me che cercavo di pagare, lui che non si decideva a darmi i pantaloni, io che mi avvicinavo e cercavo di prenderli, lui che se li riavvicinava a sé, io che gli tendevo i soldi e riprovavo a prendermi i jeans, lui che sembrava determinato a non allentarne la presa continuando a rifiutare i miei soldi persino con un cenno di disapprovazione, e così via con questo tira a molla per cinque minuti buoni, fino a che, disperata, mi sono girata verso la mia amica (iraniana), appena in tempo per vedere che se la stava ridendo neanche tanto sotto i baffi. Per fortuna si è decisa a provare pietà sia per me che per il sarto, e mi ha detto che era solo una questione di ta’arof e che con qualche “grazie” e “per favore” in più avrei liberato i miei jeans dalla sua presa e sarei riuscita a dare i soldi al malcapitato.

Naturalmente questi episodi all’insegna del ta’arof neanche più sfrenato non sono stati gli unici ingredienti che hanno reso le mie avventure iraniane speziate e insolite. Per rimanere in tema culinario, diciamo che questi sono stati giusto gli antipasti.

Mi trovavo sull’autobus da Isfahan a Yazd e il team di assistenti di viaggio (in Iran nei pullman extraurbani ci sono sempre consistenti team di aiutanti con le mansioni più diverse), ha permesso a me e alla mia compagnia di viaggio Madi di sederci in una fila davanti vicino all’autista visto che i posti erano liberi. Dietro di noi c’era una donna che stava andando a Yazd a trovare il figlio all’università. Amichevole e discretamente chiacchierona, questa signora, non appena ha capito che ero italiana, ha deciso che incarnavo l’anima gemella del figlio, immediatamente approfittando dell’occasione per promettermelo in sposo. Il fatto che, essendo il ragazzo uno studente universitario, io avessi almeno dieci anni in più non era assolutamente un problema, e le mie imminenti nozze con un 23enne sono inevitabilmente diventate il leitmotiv del viaggio. Se volevo, potevamo parlare subito al telefono, se volevo poteva pure venirci a prendere alla stazione dei pullman all’arrivo, se volevo potevamo addirittura andare a cena insieme la sera stessa, qualsiasi cosa, ogni mio desiderio un ordine. Il ragazzo mi sarà stato grato per essere riuscita a dissuadere la premurosa mancata suocera e convincerla che, pur essendo lusingata dalla sua allettante offerta, il figlio era troppo giovane e si meritava di godersi i suoi anni da studente.

Il solo atto del viaggiare è già di per sé un’avventura, ma quando si capita in un Paese che per sua natura è effervescente e colorato sia come panorami che come società, viene da sé che l’esperienza sarà memorabile.

Diversi voli interni, pullman extraurbani, taxi dove puntualmente le nostre valigie non entravano e il mio continuo aggiustarmi il velo (“Attenta all’hijab!” una delle più frequenti raccomandazioni) fanno da corollario pittoresco alle mie avventure iraniane, senza il quale a lungo andare tour e gite diventano fine a se stesse e semplicemente qualcosa da depennare dalla lista di posti da visitare.

Esplorare i luoghi meno noti e le sfaccettature più insolite della complessa società della Repubblica Islamica è il motivo per cui continuo ad andarci e molto probabilmente anche il soggetto di un mio prossimo libro sulle avventure di una italiana in Iran.

2 Comments
  1. Ciao Angela, sono stata a Tehran quando già da qualche anno era iniziato il conflitto con l’Irak. Ho visto anche l’effetto dei bombardamenti, sono stata fermata dai pasdaran, ho vissuto tantissmi momenti difficili, eppure, rifarei tutto.
    Il primo anno, con una bimba di due anni, era l’84, il volo duro’ 12 ore.
    Fermi alla dogana con gente che proveniva dalla Siria carichi di ogni ben di Dio.
    Perquisivano qualsiasi cosa, capivo il persiano ma fingevo il contrario . Eppure qualcosa era gia’ scattato in me, come la sensazione di essere sempre stata in quel luogo. La sensazione di aver sempre mangiato, parlato, ballato e pensato in persiano.

    Marilu’

    • Ciao Marilù, grazie di aver condiviso la tua esperienza, seppure una piccola parte di essa. L’Iran è sicuramente un Paese affascinante, ci sarà pure un motivo se chi ci va poi ci vuole tornare!! E adesso sto studiando il persiano pure io 😉

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